Gaetano Salvemini
Nel richiamarsi idealmente a Gaetano Salvemini l'Istituto ha voluto riunire una pluralità di valori e di riferimenti. Innanzitutto il saldo ancoraggio agli studi storici come obbiettivo prioritario di una ricerca che non si disperda nelle effimere suggestioni dell'attualità politico-culturale, e insieme, la determinazione di unire il rigore allo studio con l'impegno dell'intellettuale che fa della propria conoscenza strumento di partecipazione alle lotte civili e ideali del proprio tempo.
Inoltre, nella vicenda personale del Salvemini maestro di cultura storica e di etica politica, si è voluto ritrovare ed evocare i fondamenti di una larga parte del pensiero laico italiano. Infine, la concreta esperienza di vita di Salvemini, di un intellettuale meridionale che le circostanze politiche portarono, seppure per poco tempo, in contatto con la Torino operaia e socialista del primo Novecento. In lui e attraverso di lui è stato possibile cogliere ancor oggi alcuni nodi emblematici: il difficile incontro tra Nord e Sud, fra intellettuali, società civile e mondo del lavoro; nel suo intransigente antifascismo le permanenti radici etiche delle politica; nel suo esilio americano il valore internazionale della cultura. Intorno a queste intuizioni e aspirazioni si è organizzato nel corso di alcuni decenni un lavoro culturale che ha visto l'Istituto Salvemini riannodare con tenacia i capi di un discorso articolato sul sociale e la complessità della sua storia.
Gaetano Salvemini nacque a Molfetta l'8 settembre 1873, secondo di nove figli sopravvissuti a dodici. La famiglia, di piccoli proprietari semirovinati, non potendo affrontare le spese per la sua istruzione, lo avviò al seminario dove condusse gli studi ginnasiali e liceali. Una borsa di studio gli consentì di accedere agli studi universitari presso l'Istituto di studi superiori a Firenze dove fu allievo di Pasquale Villari, insigne storico liberale, uomo politico e meridionalista, che esercitò una particolare influenza sulla sua formazione. Durante il periodo universitario si precisarono i due binari sui quali doveva scorrere l'intera sua vita: la partecipazione politica e l'attività storiografica.
Militante nel Partito socialista dal 1893, nel quadro di una cultura politica che univa ecletticamente elementi illuministici, positivistici e marxisti, si segnalò per un indirizzo sulla "questione meridionale" radicalmente innovatore rispetto a quello dei vecchi "conservatori illuminati". Da un lato, egli mise in luce, accanto alla struttura ancora semifeudale della società rurale meridionale, lo sfruttamento economico da parte dei gruppi dominanti del nord e il soffocamento della vita politica operato dal centralinismo statale; dall'altro, indicò le linee di un'alleanza tra operai del nord e contadini del sud su obbiettivi capaci di fare proprie le esigenze del mezzogiorno e modificare gli equilibri sociali e di potere consolidatisi nel blocco agrario-industriale: suffragio universale, antiprotezionismo, organizzazione federalista dello stato.
L'impostazione liberistica implicita in questo programma non prevedeva una mobilitazione di massa dei contadini contro la grossa proprietà fondiaria: la crisi del latifondo sarebbe venuta con un processo naturale e spontaneo in seguito all'abolizione del dazio sul grano, alla diffusione del credito agrario, a trattati commerciali favorevoli alla piccola proprietà esportatrice. Con il nuovo corso riformistico del periodo giolittiano, la polemica di Salvemini ebbe come suoi bersagli sia il giolittismo (Il ministro della malavita, vigoroso libello che denunciava la corruzione parlamentare ancora presente nel sud e la responsabilità di Giolitti), sia il PSI, accusato di essere sordo alle esigenze dei contadini meridionali a vantaggio del proletariato industriale del settentrione legato al blocco protezionista.
Uscito dal PSI nel 1911, fondò con A. De Viti De Marco il settimanale L'Unità per continuare la battaglia antiprotezionistica e la denuncia del "corporativismo" del riformismo socialista. Interventista democratico nella prima guerra mondiale , eletto deputato (1919) in una lista di ex combattenti, sostenne in politica estera gli ideali di L. Bissolati di pace e convivenza democratica tra le nazioni; mentre in politica interna sperò in una soluzione di centro della profonda crisi politica italiana. Dopo il delitto Matteotti si fece promotore, con i fratelli Carlo e Nello Rosselli, del foglio clandestino Non mollare e riparò all'estero nel 1925 in Ighilterra, Francia e Stati Uniti. Aderì a Giustizia e Libertà e partecipò all'antifascismo attivo con una vigorosa attività pubblicistica e storiografica che denunciava la realtà reazionaria del regime fascista contro i suoi apologeti ufficiali. Il secondo dopoguerra vide Salvemini ancorato a posizioni radicali di riformismo liberale e meridionalista.
Gli interessi storiografici di Salvemini si rivolsero, dopo i primi brillanti studi medievalistici (Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, pubblicato nel 1899), alla storia moderna e contemporanea; la rivoluzione francese (La rivoluzione francese, 1905), il risorgimento (Il pensiero religioso e politico-sociale di G. Mazzini, 1905; I partiti politici milanesi nel secolo XIX, 1900), l'Italia liberale (La politica estera dell'Italia dal 1871 al 1915, 1944) e fascista (La dittatura fascista in Italia, in inglese 1927; Mussolini diplomatico, 1932; Sotto la scure del fascismo, in inglese 1936). E ancora Scritti sulla questione meridionale (1955) e Memorie di un fuoriuscito (postumo, 1960).
Le note illuministiche del suo pensiero e la forte carica di denuncia morale fecero di Salvemini una figura che riassunse le istanze di impegno politico e culturale degli intellettuali democratici tra Italia liberale e fascismo, l'antesignano del meridionalismo democratico e di una cultura laica nutrita di politica. Morì il 6 settembre 1957 a Sorrento.
(Cfr. Enciclopedia europea. Vol. 10, Milano, Garzanti, 1980; F. Andreucci, T. Detti, Il movimento operaio italiano : dizionario biografico 1853-1943, Roma, Editori Riuniti, 1978)