Alla luce di nuove, recenti polemiche sul costo della cultura e sulla sua utilità sociale, i sottoscritti Istituti culturali, rinnovando le osservazioni a suo tempo già esposte insieme a numerosi altre istituzioni e associazioni culturali operanti nella regione, ribadiscono:

  • che le attività culturali non sono un costo comunque superfluo o marginale da sacrificare prima e più di altri. E questo non solo per il valore intrinseco del “prodotto”, che dovrebbe essere invece considerato tra i fondamentali di un paese moderno e civile, ma proprio per il valore aggiunto del suo “fatturato”. Esso infatti  consiste nel lavoro di migliaia di lavoratori che non vivono normalmente in “bozzoli dorati”, ma che si guadagnano il pane per sé e  per le loro famiglie, spesso a condizioni dure e precarie e senza alcuna proporzione con la quantità e la qualità dell’impegno profuso
  • che lo smantellamento del tessuto di produzione culturale a vari livelli, da quello delle grandi istituzioni museali e teatrali alle associazioni non solo renderà comunque un modestissimo sollievo alle casse pubbliche (la voce cultura p.es. rappresenta meno dell’1% dell’intero bilancio della Regione), ma determinerà la chiusura certa di un servizio diffuso sul territorio per tutti i cittadini e la perdita del posto di lavoro di migliaia di lavoratori che, in quanto tali, non pensano di meritare minore considerazione di quella riservata per tutti gli altri.
  • che continuare ad alimentare l’idea che la cultura sia un lusso per pochi invece che un sacrosanto diritto di tutti è una concezione gretta, demagogica e intrinsecamente reazionaria, a smentire la quale basta vedere il ruolo che si riserva alla cultura in tutti i paesi più sviluppati e moderni d’Europa
  • che in tempi in cui si invocano sacrifici per tutti bisognerebbe che innanzitutto coloro che li invocano dessero esempi concreti e non simbolici.
Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci
Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini

27 settembre 2010