Donne e Pensiero Politico (DoPP)

un progetto 
a cura di Cristina Cassina, Giuseppe Sciara e Federico Trocini

Il numero delle pubblicazioni tendenti a valorizzare il ruolo delle donne nella storia e nella società è ormai da tempo in costante crescita. Basta dare un’occhiata alle uscite più recenti per rendersi conto che attualmente disponiamo di una gamma piuttosto ampia di testi dedicati alle più svariate figure femminili e in particolare a quelle donne che, sfidando il tradizionale monopolio maschile, sono via via riuscite a distinguersi in ambiti socio-professionali – dalla scienza alla politica, dallo sport all’imprenditoria – da cui sono state a lungo pregiudizialmente escluse. In parziale controtendenza rispetto a quanto appena detto, nel più ristretto campo degli studi sulla storia del pensiero politico è invece possibile constatare la tenace resistenza di un paradigma interpretativo che tende a relegare in seconda fila, se non a marginalizzare del tutto, il contributo teorico femminile. Se si prescinde da alcuni importanti lavori – tra cui ad esempio quello di Karen Green –, anche i più diffusi e autorevoli manuali di storia del pensiero politico, specie in Italia, continuano ancora oggi ad adottare una prospettiva tradizionale che privilegia il ruolo ricoperto dai ‘teorici’ a discapito di quello ricoperto dalle ‘teoriche’. L’idea a monte di Donne e Pensiero Politico (DoPP) è semplice: dare vita a un progetto che, abbinando ricerca e divulgazione, favorisca la creazione di una piattaforma che metta in luce il contributo offerto dalla prospettiva femminile al dispiegamento di alcuni concetti fondamentali della ‘modernità politica’. L’obiettivo del progetto è, in tal senso, duplice: da un lato ripercorrere la storia del pensiero politico secondo una ‘prospettiva al femminile’ che risulti funzionale alla riscoperta di un’altra storia – quella che vede appunto protagoniste le pensatrici della politica – intesa non già come aliena e contrapposta a quella di matrice maschile, ma come parte strutturalmente integrante di essa; dall’altro contribuire a un rinnovamento dei contenuti e dei metodi della storia del pensiero politico. L’iniziativa con cui diamo avvio a DoPP consiste nella diffusione a cadenza settimanale di video-lezioni, concepite per un pubblico di studenti, insegnanti e giovani studiosi, tramite cui desideriamo riesaminare i profili intellettuali delle più interessanti pensatrici tra Sette, Otto e Novecento ed effettuare una prima ricognizione sul rapporto tra ‘donne e pensiero politico’. Non seguendo un criterio meramente cronologico, ma passando da pensatrici quali Hannah Arendt, Madame de Staël, Agnes Heller, Dorothy Day, da Flora Tristan, Bertha von Suttner (1843-1914) e molte altre, ricostruiremo un percorso tematico che copre oltre due secoli di storia del pensiero politico ‘al femminile’.

Femminismo e abolizionismo nel pensiero di Harriet Martineau. Video-lezione di Marta Antonetti

La trentanovesima video-lezione è dedicata ad Harriet Martineau (1802-1876), cui si deve una delle analisi più acute della società americana del suo tempo. Vera e propria figura femminile di primati, Martineau è non solo la prima giornalista di professione nella storia del Regno Unito e, insieme a Karl Marx, Émile Durkheim e Max Weber, una delle madrine della sociologia europea, ma anche una delle prime intellettuali europee a essersi dedicate all’analisi approfondita della condizione femminile e delle minoranze razziali, secondo una prospettiva che anticipa l’approccio intersezionalista di Kimberlé Crenshaw. Quasi simultaneamente ad Alexis de Tocqueville (1805-1859), tra 1834 e 1836 Martineau compie un lungo soggiorno negli Stati Uniti, all’indomani del quale pubblica il suo capolavoro, “Society in America” (1837). Al suo interno, oltre a farsi portavoce di posizioni abolizioniste, denuncia l’imperfezione del sistema democratico americano, dalla partecipazione al quale sono pressoché escluse le donne. A occuparsi della ricostruzione del suo profilo intellettuale è Marta Antonetti, borsista della Fondazione Luigi Einaudi onlus di Torino e attualmente candidata al dottorato in Scienze Politiche presso l’Università di Oxford.


Elisabeth Fox Genovese e il femminismo scettico. Video-lezione di Spartaco Pupo

Questa settimana DoPP resta nel mondo di lingua e cultura inglese, ma dall’Inghilterra di metà Ottocento si sposta agli Stati Uniti dei giorni nostri. La trentottesima video-lezione è infatti affidata a Spartaco Pupo, docente di storia delle dottrine politiche presso l’Università della Calabria, il quale, dopo essersi già occupato della filosofa politica francese Chantal Delsol, prende ora in esame la controversa figura di Elisabeth Fox Genovese (1941-2007). Contestualizzabile nel quadro del vivace dibattito che animò il femminismo americano degli anni Ottanta e Novanta, l’itinerario intellettuale di Elisabeth Fox Genovese è segnato a fondo dal passaggio da posizioni riconducibili al marxismo della New Left a posizioni più segnatamente orientate in senso scettico. Al centro degli interessi di Elisabeth Fox Genovese, fondatrice presso la Emory University di Atlanta di uno dei primi Institute for Women Studies, stanno soprattutto le “donne del Sud”, cui non a caso dedica uno dei suoi lavori più importanti, “Within The Plantation Household. Black and White Women of the Old South” (1988). È però soprattutto a cavallo degli anni Ottanta e Novanta che, come anticipato, prende avvio la sua emancipazione dal femminismo ortodosso, cui rimprovera di condurre una vera e propria guerra d’odio preconcetta nei confronti del genere maschile e in pari tempo di contribuire all’erosione della fiducia verso le istituzioni ereditate, prima tra tutte quella familiare. Accompagnata dalla sua conversione al cattolicesimo, la rottura con gli ambienti radical del femminismo accademico si traduce infine in “Feminism without Illusions” (1991), tra le pagine del quale non esita a sferrare un duro attacco nei confronti di ogni pretesa di radicale trasformazione dei rapporti tra i sessi e delle istituzioni vigenti.

 

Harriet Taylor tra femminismo liberale e suffragismo. Video-lezione di Maria Laura Lanzillo

Con la sua trentasettesima video-lezione DoPP si sposta dalla Francia della Comune di Parigi e di Louise Michel al Regno Unito di Robert Peel (1788-1850) e John Russell (18792-1878) e, per questa via, prende in esame una delle più autorevoli figure del femminismo liberale, Harriet Taylor (1807- 1858). Nonostante l’importanza – e, come si vedrà, l’attualità – della sua riflessione, Harriet Taylor resta tuttora una figura poco nota, soprattutto perché oscurata dalla fama del marito, il ben più celebre filosofo liberale John Stuart Mill (1806-1873). A tale proposito va infatti ricordato che la sua opera maggiore, “La liberazione delle donne”, fu inizialmente pubblicata a firma di John Stuart Mill. Solo nel 1858 questi riconobbe che l’autrice fosse invero la moglie, la cui influenza era stata decisiva anche in altri suoi scritti, da “La libertà” (1859) sino a “La soggezione delle donne” (1869). Ma quale è il nodo centrale della riflessione di Harriet Taylor? È questa la domanda cui risponde con estrema efficacia Maria Laura Lanzillo, docente di Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna, mettendo anzitutto in risalto come, a partire dalla denuncia della segregazione familiare e pubblica cui erano costrette le donne dell’epoca, Harriet Taylor intendesse aspirare alla totale liberazione delle energie femminili, secondo la prospettiva tipica dell’illuminismo radicale. Sta dunque nella questione della piena rivendicazione dei diritti la straordinaria attualità della riflessione di Taylor, agli occhi della quale affrontare la cosiddetta “questione femminile” equivaleva a mettere in discussione l’intera teoria dei diritti e a interrogarsi sui concetti di essere umano e di umanità, nonché sul rapporto problematico tra genere e diritto.



Louise Michel, l'apostola incendiaria. Video-lezione di  Andrea Sacchetti

Con la sua trentaseiesima video-lezione DoPP prende in esame una figura iconica dell’anarchismo francese, Louise Michel (1830- 1905), il cui nome ha ancora di recente ispirato uno street artist di fama internazionale come Banksy. A occuparsi in maniera particolarmente brillante del suo profilo intellettuale è Andrea Sacchetti, che del pensiero politico di Louise Michel mette anzitutto in risalto l’ardore libertario destinato ad assumere i tratti di un vero e proprio apostolato rivoluzionario. Apprezzata da autorevoli esponenti del mondo letterario francese come Victor Hugo (1802- 1885) e Paul Verlaine (1844-1896), Louise Michel nasce da una relazione illegittima tra Laurent Demahis, notabile del castello di Vroncourt-la-Côte, e la domestica Marianne Michel e si dedica sin da giovane all’attività di insegnante, facendosi promotrice di iniziative molto avanzate per l’epoca, tra cui la creazione di scuole professionali e orfanotrofi gestiti da personale laico. Fermamente ostile al regime bonapartista, acquisisce infine fama di pétroleuse durante la Comune di Parigi (1871). Deportata in Nuova Caledonia nel 1873, solidarizza con la popolazione indigena dei canachi, dei cui diritti si fa convinta portavoce. Rientrata in Francia nel 1880, riprende la sua militanza politica, partecipando tra l’altro al Congresso londinese dell’Internazionale anarchica, presieduto da Kropotkin. Richiamandosi allo studioso George Woodcock, Andrea Sacchetti riesce dunque in un’impresa tutt’altro che semplice, perché, attraverso la ricostruzione della vicenda biografica di Louise Michel, ne cattura con efficacia il pensiero politico.

Marie d'Agoult (1805-1876) fra liberalismo e rivoluzione. Video-lezione di  Fiorenza Taricone

Dopo le ultime due video-lezioni, rispettivamente dedicate a Marion Dönhoff e a Martha Nussbaum, “Donne e Pensiero Politico” torna a concentrarsi su una figura femminile francese del periodo compreso tra la Restaurazione e gli anni Sessanta dell’Ottocento. Protagonista della trentacinquesima video-lezione di DoPP è infatti Marie Catherine viscontessa di Flavigny, più nota con il suo nome da coniugata, Marie d’Agoult, e con lo pseudonimo da lei stessa scelto di Daniel Stern (1805-1876). Di origine tedesca per parte di madre, Marie d’Agoult è una tipica figura di confine, destinata, per sua stessa ammissione, a sentirsi straniera tanto in Germania quanto in Francia. Dopo aver contratto un matrimonio di convenienza, si unisce quindi al compositore Franz Liszt, in compagnia del quale compie innumerevoli viaggi lungo l’intera Europa. Animatrice di importanti salotti politici e culturali, entra in contatto con autorevoli figure politiche del suo tempo, da Giuseppe Mazzini a Moses Hess. Accostabile per certi aspetti a Tocqueville, fu promotrice di un liberalismo democratico non del tutto alieno da istanze repubblicane e protofemministe. Fu autrice di opere particolarmente significative sul piano politico, tra cui lo “Essai sur la liberté” (1846), le “Lettres républicaines” (1848) e la “Histoire de la Révolution de 1848” (1862). A incaricarsi della ricostruzione del suo complesso itinerario biografico e intellettuale è Fiorenza Taricone, docente di storia del pensiero politico presso l’Università di Cassino.

La fioritura delle capacità. Martha Nussbaum tra umanesimo e liberalismo. Video-lezione di Mattia Baglieri

Con la trentaquattresima video-lezione, “Donne e Pensiero Politico” torna alla più stretta attualità e si occupa di una delle filosofe politiche contemporanee più apprezzate sia all’interno sia all’esterno degli ambienti accademici, la statunitense Martha Nussbaum (1947-). Originaria di New York, Nussbaum intraprende la sua carriera di studiosa occupandosi di letteratura classica greca e latina e, a partire dagli anni Novanta, stringe un sodalizio intellettuale molto intenso con l’economista indiano Amartya Sen (1933-), sotto l’influenza del quale, sviluppa un interesse particolare nei confronti del tema dei diritti e dello “svantaggio”. Insieme a quest’ultimo pubblica nel 1993 il volume “The Quality of Life” e, sempre negli anni Novanta, inizia a indagare, secondo una prospettiva aristotelica, i prerequisiti che rendono possibile una vita eticamente buona e, per questa via, a interrogarsi, attraverso il concetto di “capabilities”, sui meccanismi di conversione delle risorse in opportunità concretamente esigibili dai singoli individui. Da qui, ad esempio, la sua proposta di introdurre, accanto allo “Human Development Index” teorizzato da Amartya Sen, la “Gender Empowerment Measure”, tramite cui studiare la partecipazione delle donne alla vita politica ed economica internazionale. A presentarne la figura e l’opera è Mattia Baglieri, dottore di ricerca del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna e attualmente Senior Consultant presso l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione (INVALSI).




Marion Dönhoff. Una contessa prussiana tra resistenza e riconciliazione. Video-lezione di Cecilia Molesini

Con la trentatreesima video-lezione, “Donne e Pensiero Politico” torna a occuparsi della Germania novecentesca attraverso una figura femminile per molti aspetti emblematica, nella cui biografia si riflettono alcuni dei principali passaggi della sua storia recente. Giornalista e saggista di fama, Marion Dönhoff (1909-2002) nasce nei pressi di Königsberg da una famiglia dell’antica aristocrazia prussiana, della cui peculiare Weltanschauung ci restituisce un efficace ritratto nel romanzo autobiografico “Infanzia prussiana” (1998). Ma Dönhoff non è solo la tipica esponente di un mondo ripiegato su se stesso nell’autocelebrazione dei propri valori arcaici e ormai prossimo al tramonto. Dönhoff è anche un’acuta osservatrice dei cambiamenti in atto nella Germania degli anni Trenta e una precoce oppositrice del regime nazionalsocialista: prende infatti parte alla Resistenza tedesca, militando tra le file degli oppositori al regime di orientamento più spiccatamente conservatore. All’indomani della Seconda guerra mondiale, pur continuando a farsi portavoce di un codice morale fondato sul concetto di onore, Dönhoff diviene una delle più autorevoli voci del giornalismo politico tedesco, contribuendo attivamente alla ricostruzione su basi democratiche della Germania postbellica e, più in generale, al processo di riconciliazione tra la Repubblica federale tedesca e i paesi del blocco orientale destinato a incarnarsi nella Ostpolitik del cancelliere Willy Brandt. A presentarne l’affascinante e complesso profilo intellettuale è Cecilia Molesini, brillante dottoranda in studi storici dell’Università degli Studi di Padova.

 

Madame de Staël , ovvero la politica. Costituzione e libertà. Video-lezione di Giuseppe Sciara

Con la trentaduesima video-lezione, “Donne e Pensiero Politico” torna a occuparsi della Francia della Rivoluzione, del periodo napoleonico e della Restaurazione, affrontando una delle pensatrici più importanti della cultura francese a cavallo tra Sette e Ottocento: Madame de Staël (1766-1818). Oggetto di numerosi pregiudizi nel corso della sua vita e nei decenni successivi alla sua morte, Staël è stata per lo più studiata come romanziera e letterata, mentre il suo contributo al pensiero politico è stato valorizzato dalla storiografia soltanto negli ultimi anni. Figlia di Jacques Necker, l'ultimo ministro delle finanze di Luigi XVI, amica di Benjamin Constant e acerrima nemica di Napoleone, Anne-Louise Germaine Necker (questo il suo nome da ragazza) diede un contributo rilevante al costituzionalismo rivoluzionario e al liberalismo: assumendo un atteggiamento moderato durante la prima fase della Rivoluzione e appoggiando il regime direttoriale durante la fase termidoriana, Staël fu in grado di coniugare repubblicanesimo e ammirazione per il modello costituzionale britannico, ponendo anche le basi per la distinzione tra libertà degli Antichi e dei Moderni. Negli anni del Consolato e dell'Impero fu tra i maggiori oppositori all'autoritarismo bonapartista, pubblicando opere di varia natura e animando il famoso Circolo di Coppet. Con le Considerazioni sulla Rivoluzione francese (1818), infine, formulò per la prima volta quella interpretazione dualistica e liberale della Rivoluzione che influenzò profondamente i liberali francesi delle generazioni successive. Per tutte queste ragioni Staël merita di essere collocata accanto ai grandi “classici” del pensiero politico. A presentarne l'affascinante profilo politico e intellettuale è Giuseppe Sciara, ricercatore di Storia delle dottrine politiche all'Università di Bologna.



Lucy Parsons e il coraggio dell'Internazionalismo. Video-lezione di Giuseppe Bonfratello

La trentunesima video-lezione di DoPP è dedicata a una delle figure più altamente simboliche dell’internazionalismo operaio e, più in generale, della lotta delle classi subalterne per la conquista dei diritti civili e politici. Ci riferiamo alla sindacalista e attivista statunitense, di orientamento anarco- comunista, Lucy Parsons (1851-1942). Coinvolta nella cosiddetta “rivolta di Haymarket” del 1886, Parsons animò il periodico «Freedom. A Revolutionary Anarchist-Communst Monthly», non esitando a entrare in conflitto con Emma Goldman, e nel 1905 partecipò alla fondazione degli “Industrial Workers of the World” (IWW). Il suo nome resta tuttora indissolubilmente legato alla celebrazione del “Primo Maggio”. A incaricarsi dell’esame della sua figura è Giuseppe Bonfratello, responsabile del Centro di documentazione “Antonio Labriola” di Torino. Segnaliamo infine che nell’antologia "Lotte operaie negli Stati Uniti d’America. 1890-1910" [Edizioni Pantarei, Milano 2008, p. 324] è riportata la traduzione italiana del discorso pronunciato da Lucy Parsons in occasione del Congresso di fondazione degli IWW.

Il conservatorismo 'vittoriano' di Gertrude Himmelfarb. Video-lezione di Alberto Mingardi

La trentesima video-lezione di DoPP è dedicata a una delle voci più autorevoli in seno ai circoli conservatori nordamericani degli ultimi decenni, la storica Gertrude Himmelfarb (1922-2019). Come ricorda Alberto Mingardi, autore di questa brillante video-lezione, l’esordio di Himmelfarb avviene a sinistra, tra le file della “Partisan Review” e, solo successivamente, ella comincia a farsi interprete di un conservatorismo ispirato alle posizioni di Irving Kristol (1920-2009). I suoi primi lavori sono dedicati a figure come Lord Acton, Charles Darwin e John Stuart Mill, che descrivono la cornice intellettuale di quella Inghilterra vittoriana cui Himmelfarb guarda con attenzione per trarre insegnamenti per il presente. Sulla scia di Friedrich von Hayek (1899-1992), Himmelfarb passa poi a interrogarsi sull’Illuminismo, scorgendo al suo interno due diverse tradizioni: quella francese, che vede nella ragione l’architetto delle istituzioni umane e quella anglosassone, che in essa vede invece il geografo cui rivolgersi per spiegare le società umane. Nel corso della sua pluridecennale indagine sui fondamenti morali delle società moderne, Himmelfarb giunge così a mettere a nudo il cosiddetto “paradosso del liberalismo”, il quale consisterebbe a suo avviso nel fatto che, dando priorità assoluta alla libertà individuale, esso finisce per minare le basi della libertà stessa. Da qui, il suo interesse per il modello vittoriano, concepito come esempio di società fondata su un insieme di “virtù vigorose” il cui progressivo abbandono nel corso del Novecento ha finito per porre un individuo ormai “disarmato” di fronte a uno Stato sempre più pericolosamente intrusivo.

Marie Madeleine Jodin, un'illuminista al tempo della Rivoluzione francese. Video-lezione di Valentina Altopiedi

Con la ventinovesima video-lezione di “Donne e Pensiero Politico” torniamo al periodo rivoluzionario e prendiamo in esame una figura femminile, quella di Marie-Madeleine Jodin (1741-1790), il cui contributo intellettuale ha iniziato a essere riscoperto solamente negli ultimi vent’anni. Aldilà della sua fama di corrispondente di Denis Diderot (1713-1784), Jodin merita attenzione soprattutto per due ragioni. In primo luogo perché, attraverso il riesame della sua figura e della sua opera, è possibile ricostruire un segmento decisivo del processo di elaborazione ediffusione del linguaggio dei diritti nel XVIII secolo. E in secondo luogo perché, specie attraverso la rilettura dei suoi Vues législatives pour les femmes, adressées à l’Assemblée nationale (1790), diviene possibile mettere a fuoco il tema della presa della parola pubblica da parte delle donne nel corsodella stagione rivoluzionaria. Del compito di accompagnarci nella riscoperta di questa interessante figura femminile si è incaricata Valentina Altopiedi, studiosa di storia moderna e attualmente borsista alla Fondazione Luigi Einaudi di Torino. 


Elisabeth Schüssler Fiorenza. Una teologia di liberazione al femminile. Video-lezione di Ettore Bucci

Nell’ambito della nostra rassegna hanno sinora trovato spazio il cattolicesimo “radicale e pacifista” di Dorothy Day, il cattolicesimo “peronista” di Amelia Podetti, il cattolicesimo “mistico” di Simone Weil, il cattolicesimo “liberal-conservatore” di Chantal Delsol. Con la ventottesima video-lezione è ora la volta del cattolicesimo “femminista” di Elisabeth Schüssler Fiorenza (1938-). Nata a Cenad, nell’attuale Romania, Elisabeth Schüssler Fiorenza si trasferisce in Germania nel 1944 e qui compie il suo intero ciclo di studi. Già nel 1963, affrontando la questione del ruolo delle donne nella Chiesa, getta le basi della sua teologia critica, cattolica e femminista. Dai primi anni Settanta prende poi parte alla fondazione del "Journal of Feminist Studies in Religion" e, ponendosi sulla scia di Elisabeth Candy Stanton (1815-1902), di Mary Daly (1928-2010) e di Adriana Zarri (1919-2010), contribuisce al rinnovamento della discussione in seno alla Chiesa cattolica a partire da una riformulazione delle istanze espresse dalla cosiddetta “seconda ondata” del femminismo mondiale. La sua opera più importante è senz’altro "In Memory of Her. A Feminist Theological Reconstruction of Christian Origins" (1983), in cui, sulla base di un’originale rilettura dei momenti costituenti della religione cristiana passante attraverso la riscoperta del ruolo ricoperto dalle antenate bibliche, contesta non solo l’interpretazione tradizionale del testo sacro, ma anche quello che lei stessa definisce il "kyriarcato", cioè l’ordine sociale e simbolico fondato sul dominio del padrone. Associando le suggestioni provenienti dalla filosofia critica della Scuola di Francoforte con quelle della teologia sudamericana della liberazione, Elisabeth Schüssler Fiorenza finisce così per farsi promotrice di un rinnovamento profondo in seno alla Chiesa cattolica che, sul piano più propriamente politico, non avrebbe esitato a porre con forza il tema del sacerdozio femminile e quello della libertà di scelta di fronte all’aborto. A presentarne il profilo intellettuale è Ettore Bucci, storico del pensiero politico e delle istituzioni politiche presso l’Università di Pisa e membro del Centro Universitario Cattolico della Conferenza Episcopale Italiana.

Tra isteria ed emancipazione. Lo strano caso di Bertha Pappenheim. Video-lezione di Emanuela Ferragamo

Passando dalla Francia dei giorni nostri all’Austria imperiale degli ultimi decenni dell’Ottocento, la ventisettesima video-lezione è dedicata a Bertha Pappenheim (1859-1936), la celebre Anna O., la cui presunta isteria fu trattata mediante ipnosi da Josef Breuer (1842-1925), finché non arrivò a interessarsene lo stesso Sigmund Freud. Ma cosa c’entra uno dei primi e più noti casi su cui ebbe modo di esercitarsi la nascente psicoanalisi con una rassegna dedicata al riesame della storia del pensiero politico al femminile? La risposta a tale interrogativo ce la fornisce Emanuela Ferragamo, studiosa di lingua e letteratura tedesca presso il Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere e Culture Moderne dell’Università di Torino, che nella sua video-lezione ricostruisce con efficacia il pluridecennale impegno emancipazionista di Pappenheim. Nata a Vienna in una famiglia di origine ebraica, Bertha fu “tante cose” e “tante volte”: fu la bambina ubbidiente di una buona famiglia borghese; la ragazzina irrequieta impaurita dai propri capelli; la zitella addolorata al capezzale del padre; la paziente di una vera e propria avventura psicoanalitica destinata a concludersi in un mare di pettegolezzi che dicono molto più dell’epoca che non della donna; la traduttrice in tedesco di Mary Wollstonecraft; infine la fondatrice dello "Jüdischer Frauenbund". Internata nel 1882 in una clinica privata sul Lago di Costanza, sei anni dopo Pappenheim diventa però una donna diversa, si trasferisce a Francoforte e qui inizia a interessarsi attivamente alla questione sociale e femminile. A suo avviso, l’arrivo in massa dei profughi ebrei dell’Est mette infatti in luce i limiti delle tradizionali pratiche di beneficenza e rende necessario un nuovo tipo di intervento sociale. Formazione e lavoro, equiparazione dei sessi e suffragio femminile divengono così i temi centrali della sua riflessione e del suo impegno in favore della rigenerazione morale delle donne e della conquista da parte di quest’ultime di spazi sempre più ampi all’interno della società dell’epoca.

Chantal Delsol e la deriva tecnopolitica. Video-lezione di Spartaco Pupo

Con la ventiseiesima video-lezione di “Donne e Pensiero Politico” restiamo in Francia, ma ci avviciniamo ai giorni nostri e prendiamo in esame la figura e l’opera di una delle più interessanti protagoniste del panorama culturale francese contemporaneo, Chantal Delsol (1947-). Allieva di Julien Freund (1921-1993) e fondatrice nel 1993 dell’Istituto Hannah Arendt di Parigi, Chantal Delsol è una filosofa politica di orientamento cattolico, la cui riflessione, ponendosi a pieno titolo nell’orizzonte del tradizionalismo politico francese, offre una valida alternativa al conservatorismo neopagano della “Nouvelle Droite” di Alain De Benoist. Tra gli oltre quaranta volumi cui ha affidato la sua riflessione su temi cruciali quali il federalismo, il populismo e l’individualismo, due in particolare sono quelli che meritano forse maggiore attenzione. In “Lo Stato e la sussidiarietà” (1992) Chantal Delsol ha ad esempio denunciato i limiti dello “Stato provvidenza” e, riprendendo un concetto caro alla tradizione cattolica, si è proposta di armonizzare la politica sociale con l’autonomia individuale e, al tempo stesso, di superare l’antinomia tra liberalismo classico e socialismo. In “Elogio della singolarità” (2000) ha invece introdotto il concetto di “modernità tardiva” e, attraverso esso, ha svolto una critica serrata nei confronti della cittadinanza universale e, più in generale, delle chimere del nostro tempo. Puntando il dito contro l’illusione della competenza tecnocratica e la sua presunta neutralità da un lato e contro le velleitarie pretese del legalismo etico internazionale dall’altro, Chantal Delsol ha finito così per stigmatizzare l’attuale tendenza alla depoliticizzazione dei rapporti sociali, il cui unico risultato consisterebbe a suo avviso nella creazione di un individuo “sgombro” e privo di autentica personalità. A incaricarsi con competenza della ricostruzione del suo interessante profilo intellettuale è Spartaco Pupo, docente di storia delle dottrine politiche all’Università della Calabria.

Attesa della rivoluzione, attesa di Dio. La vita breve e intensa di Simone Weil. Video-lezione di Michela Nacci

La venticinquesima lezione di “Donne e Pensiero Politico” è dedicata a Simone Weil (1909-1943), straordinaria figura di filosofa, di militante anti- fascista, di mistica e di donna. A occuparsi del suo breve ma intenso itinerario intellettuale e di alcuni dei suoi scritti più interessanti è Michela Nacci, docente di storia delle dottrine politiche all’Università di Firenze. Nata a Parigi da una famiglia borghese di origini ebraiche, Simone Weil si impegna sin da giovanissima su posizioni di sinistra radicale, vicine al sindacalismo rivoluzionario, all’anarchismo e al marxismo dissidente. Nel 1932 compie un viaggio a Berlino per osservare da vicino il nazismo prossimo alla presa del potere, è critica nei confronti dell’evoluzione politica in Unione sovietica ed esprime forti preoccupazioni rispetto all’affermazione dei totalitarismi. Animata da un anticonformismo che ne segnerà a fondo il profilo personale e intellettuale, Simone Weil nutre al tempo stesso un forte interesse per la condizione dei lavoratori, al punto che nel 1934 decide di sperimentare in prima persona la vita della classe proletaria e di farsi assumere come semplice operaia. Da questa esperienza trae ispirazione per uno dei suoi lavori più importanti, "La condizione operaia" (1951), in cui avrebbe denunciato la fatica, l’abbrutimento del lavoro alla catena. Successivamente partecipa alla guerra civile spagnola, tra le file degli anarchici spagnoli. Costretta a emigrare dalla Francia di Vichy si trasferisce a Londra e qui, negli ultimi mesi di vita, si dedica freneticamente al suo testo più noto, "La prima radice" (1943). Secondo Michela Nacci, il punto di vista adottato da Simone Weil per comprendere la sua epoca è insieme religioso e politico. In "Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale" (1934), delineando un quadro cupo del suo tempo e intraprendendo un’analisi critica del dogmatismo marxista, Simone Weil giunge ad affermare che nel mondo contemporaneo, dominato dal macchinismo, tutto debba essere rimesso in discussione, a partire dallo stesso concetto di rivoluzione. Lungi tuttavia da cadere nel pessimismo più cupo, la rivoluzione cui Simone Weil pensa in vista di una vita autenticamente libera è insieme politica e dello spirito.

Dora d'Istria. Intellettuale europea nel secolo delle nazionalità. Video-lezione di Antonio D'Alessandri

La ventiquattresima lezione di “Donne e Pensiero Politico” è dedicata a Dora d’Istria (1828-1888), nom de plume della principessa romena Helena Koltsova-Massalskaya. Nata a Bucarest da una delle famiglie più prominenti del principato di Valacchia, allora ancora sotto il dominio ottomano, Dora d’Istria fu una tipica esponente della cultura romantica e in pari tempo un’intellettuale poliedrica, dagli interessi vasti e articolati, che spaziarono dalla storia alla letteratura, dalla politica all’etnografia. Solo più di recente oggetto di riscoperta da parte degli studiosi, Dora d’Istria si occupò in particolar modo dello studio della condizione femminile in Europa occidentale e orientale. Con i due volumi di “Les femmes en Orient” (1859- 1860) e gli altri due volumi di “Des femmes par une femme” (1865) portò infatti a termine un ambizioso e coerente progetto, attraverso il quale fu tra le prime ad adottare una prospettiva tipicamente femminile nell’analisi della società del proprio tempo. Ad assumersi il compito di ricostruirne la figura e l’opera è Antonio D’Alessandri docente di Storia dell'Europa orientale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre.

 


Teoria e politica dei corpi in Judith Butler. Video-lezione di Maria Giulia Bernardini

La ventitreesima video-lezione di “Donne e Pensiero Politico” è dedicata a Judith Butler (1956-), senza dubbio una delle figure intellettuali più contestate, controverse e fraintese del panorama filosofico contemporaneo. Grazie al suo scritto più noto, “Questione di genere” (1990), e alla sua serrata critica anti-identitaria, sin dai primi anni Novanta del Novecento è entrata stabilmente a far parte dello “star system” del femminismo americano. Il suo percorso intellettuale, segnato da un certo eclettismo, si contraddistingue soprattutto per il fatto che, ai suoi occhi, fare filosofia significa farlo in modo civilmente e politicamente impegnato. A lei dobbiamo infatti la teoria della “performatività del genere”, secondo la quale il genere che “marchia i corpi” diviene tale solo grazie alla ripetizione continua, quasi rituale, di atti che finiscono per ingenerare una conformità di comportamento. In altre parole, non si nasce “donne” o “uomini”, ma lo si diventa, a seconda delle pressioni che il contesto sociale esercita su ciascuno di noi e delle norme alle quali ciascuno di noi deve adeguarsi. Il genere, secondo Butler, è dunque performato e non attiene all’identità. A suo giudizio restano tuttavia degli spazi residuali, cioè quelli occupati dalle minoranze sessuali, che performano il genere secondo modalità trasgressive e che, così facendo, concorrono non solo a contestare la norma, ma anche a riformularla. Sulla base di tutto ciò è evidente come, nel caso di Butler, la riflessione filosofica finisca per sposare l’impegno in favore dei diritti civili e particolarmente quelli in favore della comunità LGBT+. Sarebbe nondimeno ingeneroso ricondurre l’opera di Butler al solo ambito del femminismo e della “teoria queer”. Mettendo al centro della sua riflessione temi come la corporeità, la vulnerabilità e la precarietà, ciò che in realtà sta più a cuore a Butler è la ridefinizione del soggetto come “soggetto in relazione”, in evidente contrasto con la tradizione liberale del soggetto individuale pienamente autonomo. Da qui l’idea che «l’umano non stia in piedi da solo» e che prenderne consapevolezza costituisca la premessa fondamentale da cui partire per rivendicare maggiore giustizia sociale. A incaricarsi della ricostruzione della riflessione teorica di Judith Butler è Maria Giulia Bernardini, docente di filosofia del diritto all’Università di Ferrara.

Judith Shklar: il liberalismo della paura. Video-lezione di Giovanni Damele

La ventiduesima video-lezione di “Donne e Pensiero Politico” è dedicata a Judith Nisse Shklar (1928-1992). Nata a Riga da una famiglia di lingua tedesca ma di religione ebraica, sfuggì fortunosamente alla Shoah e nel 1941, dopo un rocambolesco viaggio attraverso Svezia, URSS, Giappone e Stati Uniti, riuscì infine a stabilirsi con la sua famiglia in Canada. Tipica esponente dell’emigrazione intellettuale europea in Nord America, fu allieva ad Harvard di Carl Joachim Friedrich (1901-1984) e, sempre ad Harvard, fu tra le prime donne a ottenere un incarico di docenza. L’esperienza della persecuzione e della fuga costituiscono un tema centrale della sua riflessione politica, la quale si sarebbe non a caso caratterizzata per il suo realismo o, per usare la definizione di Seyla Benhabib (1950-), per il suo ‘liberalismo distopico’. Tra i suoi lavori più importanti rientra, in evidente contraltare a A Theory of Justice (1971) di John Rawls (1921-2002), The Faces of Injustice (1990). Qui, richiamandosi a pensatori quali Montaigne (1533-1592) e Montesquieu (1689-1755), Judith Shklar si sarebbe fatta interprete di un orientamento perlopiù eccentrico nel panorama anglosassone della seconda metà del Novecento, in quanto, da un lato, rivolto a minimizzare le conseguenze della malvagità intesa come caratteristica immanente alla natura umana e, dall’altro, tendente a escludere ogni orizzonte di estinzione dello Stato e delle sue funzioni. A incaricarsi in maniera particolarmente efficace della ricostruzione del pensiero politico di Judith Shklar è Giovanni Damele, docente di filosofia politica presso la Facultade de Ciências Sociais e Humanas dell’Universidade Nova di Lisbona.

Frances Wright alla scoperta degli Stati Uniti. Video-lezione di Federica Falchi

La ventunesima video-lezione di “Donne e Pensiero Politico” è dedicata a una delle più interessanti pioniere del pensiero politico al femminile. Ci occupiamo infatti di Frances Wright (1795-1852), una delle prime pensatrici ad averci restituito un’immagine complessa della realtà politica e sociale nordamericana. Ben prima di un altro importante viaggiatore europeo, il ben più noto e celebrato Alexis de Tocqueville (1805-1859) autore de La democrazia in America, Frances Wright coltivò una precoce ammirazione nei confronti degli Stati Uniti. Tra 1818 e 1820 vi compì infatti un lungo viaggio, in occasione del quale ebbe modo di entrare in contatto con alcune delle più prominenti figure politiche dell’epoca, tra cui La Fayette, Thomas Jefferson e John Adams. Convinta sostenitrice del sistema politico repubblicano, Frances Wright si impegnò a fondo in favore dell’emancipazione femminile e dell’abolizione della schiavitù. Figura complessa di teorica e di riformatrice sociale, diede impulso a controversi progetti di comunità ispirate all’utopismo oweniano, tra cui in particolare quelle di Nashoba e New Harmony. Critica nei confronti dell’opprimente moralismo religioso dominante nella società nordamericana, Frances Wright fu costantemente bersaglio di feroci polemiche, che, sopravvivendo alla sua scomparsa, hanno finito per gettare una fitta coltre di oscurità sul valore e sull’originalità della sua produzione intellettuale. A introdurci al riesame della sua figura e della sua opera è Federica Falchi, docente di Storia delle Dottrine Politiche presso il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari.

Nancy Fraser. Una femminista, ambientalista e marxista eterodossa. Video-lezione di Anna Cavaliere

Questa settimana ci concentriamo ancora una volta su una figura femminile dei nostri giorni. La ventesima video-lezione di “Donne e Pensiero Politico” è infatti dedicata alla filosofa statunitense Nancy Fraser (1947-). Esponente di punta della cosiddetta Critical Theory, Nancy Fraser è una pensatrice il cui profilo intellettuale non risulta facilmente etichettabile. Ella può infatti definirsi in pari tempo una marxista eterodossa, una femminista e una ambientalista. Il ‘filo rosso’ della sua riflessione pluridecennale è rappresentato tuttavia dalla denuncia delle contraddizioni del capitalismo nella sua versione neoliberale, rispetto al quale ella si è soprattutto preoccupata sia di analizzare i meccanismi di esclusione, sia di proporre adeguate strategie di emancipazione in vista di una società più giusta. Nella sua teoria della giustizia Fraser abbina il concetto di redistribuzione economica a quello di riconoscimento culturale e a partire da tale sintesi ha via via sviluppato negli anni una critica nei confronti del femminismo egemonico, il quale, a suo parere, sarebbe pervaso di pensiero neoliberale. Secondo una lettura combinata dei vettori di discriminazione Fraser giunge quindi a una critica radicale del capitalismo quale ordine sociale istituzionalizzato che, oltre a riprodurre al massimo grado le irrazionalità del capitalismo e a perpetuare le disuguaglianza di classe, genere e razza, comporta anche una costante espropriazione, sino alla dissipazione, dei beni pubblici e delle risorse naturali. A introdurci in maniera particolarmente brillante al riesame della riflessione teorica di Nancy Fraser è Anna Cavaliere, docente di filosofia del diritto presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi di Salerno.

Chandra Talpade Mohanty e la decolonizzazione del femminismo occidentale. Video-lezione di Eleonora Meo

Questa settimana torniamo all’attualità e ci occupiamo di una figura che rientra a pieno titolo nel panorama teorico della cosiddetta “terza ondata” del femminismo. La diciannovesima video-lezione di “Donne e Pensiero Politico” è infatti dedicata alla sociologa indiana Chandra Talpade Mohanty (1955-). Teorica femminista postcoloniale, Mohanty si è formata tra India, Nigeria e Stati Uniti, dove tuttora ricopre la cattedra di Women’s and Gender Studies, Sociology and Cultural Foundations of Education presso la Syracuse University di New York. È tuttavia soprattutto il breve soggiorno in Nigeria, dove insegnò letteratura inglese agli studenti delle scuole superiori, a segnare in maniera profonda la sua evoluzione intellettuale. Qui, infatti, Mohanty ha modo di rendersi conto di quanto l’eredità coloniale continui a strutturare la società africana e a influenzare il processo di produzione e trasmissione dei saperi. A partire da tale esperienza, la necessità di “disimparare le forme di sapere coloniali” sarebbe diventata uno dei punti fermi dell’impegno intellettuale e civile di Mohanty, alla quale si deve non solo l’introduzione dei concetti di “genere razzializzato” e di “intersezionalità” – quest’ultimo poi ripreso e ulteriormente sviluppato, come si è già visto, da Kimberlé Crenshaw –, ma soprattutto una delle più acute e convincenti critiche nei confronti delle pretese universalistiche del femminismo occidentale. A introdurci al riesame della riflessione di Chandra Talpade Mohanty è la ricercatrice indipendente e attivista femminista Eleonora Meo, co-fondatrice del collettivo Deco[K]now. Decolonizing Knowledge e membro del “Centro Studi Postcoloniali e di Genere” dell’Università “L’Orientale” di Napoli.

Shirley Robin Letwin e le "vigorose virtù" dell'individualismo liberale. Video-lezione di Alberto Mingardi

Questa settimana restiamo in Inghilterra, ma dal Settecento di Mary Astell passiamo alla seconda metà del Novecento e, più precisamente, alla controversa stagione politica predominata dalla figura di Margaret Thatcher (1925-2013), la Iron Lady che governò ininterrottamente il Regno Unito dal 1979 al 1990, imprimendo più in generale il proprio marchio su un’intera fase della più recente storia anglosassone. Tra i principali protagonisti intellettuali di questa stagione rientra Shirley Robin Letwin (1924-1993), la quale, collaborando con il Centre for Policy Studies ed entrando in stretto contatto con il filosofo della politica Michael Oakeshott (1901-1990), contribuì prima a preparare il terreno all’avvento di Thatcher, poi a fornire un’accurata disamina del thatcherismo tra le pagine di uno dei suoi lavori più noti, The Anatomy of Thatcherism (1992). Influenzata, tra gli altri, da Friedrich von Hayek (1899-1992), Shirley Robin Letwin fu attivamente presente nel dibattito pubblico dell’epoca, impegnandosi soprattutto nella promozione delle cosiddette ‘vigorose virtù’ dell’individualismo liberale. A occuparsi della ricostruzione del suo profilo intellettuale è Alberto Mingardi, docente di Storia delle dottrine politiche presso l’Università IULM di Milano.

 


Mary Astell. Una lettura protofemminista della teologia politica. Video-lezione di Eleonora Cappuccilli

Questa settimana DoPP si sposta dall’Italia del primo Novecento all’Inghilterra della Glorious Revolution (1688) e prende in esame la figura intellettuale di colei che può essere considerata a tutti gli effetti la prima femminista inglese, cioè Mary Astell (1666-1731). Su di lei sappiamo pochissimo. Non disponiamo neppure di un ritratto, sicché per la copertina della nostra video-lezione abbiamo provato a darle un volto rifacendoci a un celebre dipinto di Joshua Reynolds (1723-1792). Ciò che tuttavia più conta sapere sul suo conto possiamo desumerlo dalla lettura delle sue opere. Al loro interno, partendo dal presupposto che le donne fossero razionali in misura affatto inferiore agli uomini, Mary Astell contestò il fatto che quest’ultime dovessero restare relegate al ristretto ambito della vita domestica e si fece quindi promotrice di un programma attraverso il quale fosse possibile innalzarne il livello educativo e, per questa via, farne delle buone cittadine in grado di prender parte alla vita pubblica. Per il riesame della sua figura e delle sue opere ci siamo rivolti a una giovane studiosa, Eleonora Cappuccilli, che proprio a Mary Astell ha di recente dedicato il libro La critica imprevista. Politica, teologia e patriarcato in Mary Astell, EUM, Macerata 2020.

L'estetica politica di Margherita Sarfatti. Video-lezione di Francesco Ingravalle

Questa settimana restiamo in Italia e rivolgiamo la nostra attenzione a una delle più controverse figure femminili del Novecento. La sedicesima video- lezione di Donne e Pensiero Politico è infatti dedicata a Margherita Sarfatti (1880-1961). Scrittrice e critica d’arte, Sarfatti fu autrice di una delle prime biografie agiografiche dedicate a Benito Mussolini. Tra le pagine di Dux (1926) non si limitò tuttavia a descrivere il profilo dell’uomo di cui fu anche amante, ma, sulla base delle letture di autori quali Nietzsche, Sorel, Gobineau, Pareto, Carlyle e Ruskin, giunse più in generale a delineare l’archetipo del leader carismatico capace di farsi promotore di un processo di contro-decadenza estetica e politica. A incaricarsi della ricostruzione del suo complesso itinerario intellettuale è Francesco Ingravalle, storico delle istituzioni politiche e docente presso l’Università del Piemonte Orientale.

Nelle fratture del mondo. Spivak e le narrazioni della subalternità. Video-lezione di Fiorenzo Iuliano

Questa settimana arriviamo a lambire gli anni Duemila, provando a guardare al mondo culturale occidentale secondo una prospettiva ‘altra’. La quindicesima video-lezione è infatti dedicata a una delle figure attualmente più interessanti e originali nel campo degli studi postcoloniali, del femminismo, della teoria della letteratura e degli studi di genere, cioè la filosofa statunitense, ma di origini bengalesi, Gayatri Chakravorty Spivak (1942-). Traduttrice in inglese di De la grammatologie (1976) di Jacques Derrida, a lei si deve in particolare l’introduzione del decostruzionismo nel dibattito accademico americano e più in generale, a partire da una prospettiva che tende a privilegiare il punto di vista dei cosiddetti ‘soggetti subalterni’, la contestazione dell’eurocentrismo che informa di sé gran parte della cultura accademica occidentale. A presentarne il complesso profilo Fiorenzo Iuliano, docente di lingua e letterature anglo-americane presso l’Università degli Studi di Cagliari.

Aleksandra Kollontaj tra marxismo e femminismo. Una liaison dangereuse? Video-lezione di Monica Quirico

Questa settimana torniamo al Novecento e, prendendo in esame una delle protagoniste della Rivoluzione bolscevica, proviamo più in generale a indagare le liaisons dangereuses tra marxismo e femminismo. La quattordicesima video-lezione è infatti dedicata a Aleksandra Kollontaj (1872-1952), teorica e organizzatrice russa dell’emancipazione femminile. Di famiglia aristocratica, Kollontaj si ribellò sin da giovane non solo ai privilegi della sua classe sociale d’origine ma anche alle consuetudini che regolavano allora i rapporti tra sessi, decidendo anzitutto di sposarsi per amore e poi di trasferirsi a Zurigo per studiare economia politica. Nella convinzione che l’origine della subordinazione femminile dovesse essere ricondotta all’istituto della proprietà privata, nel 1917 aderì al partito bolscevico, ritenendo che alla rivoluzione sarebbe automaticamente seguita la conquista dei pari diritti da parte delle donne. A partire dal 1921 iniziò tuttavia ad assumere posizioni critiche nei confronti della ‘degenerazione burocratica e autoritaria’ del partito. A presentarne l’affascinante, e per certi aspetti controverso, profilo biografico-intellettuale è la storica del pensiero politico Monica Quirico.

 


Mary Wollstonecraft. Educazione, cittadinanza, matrimonio. Video-lezione di Serena Vantin

Dopo esserci occupati di Amelia Podetti, torniamo in Europa, ma facciamo un salto indietro nel tempo e, arrivando alla seconda metà del Settecento, ci concentriamo su quella che può dirsi un’autentica icona femminista nell’ambito della cultura politica anglofona. La tredicesima video-lezione è infatti dedicata a Mary Wollstonecraft (1759-1797), autrice di A Vindication of the Rights of Woman (1792), vero e proprio capolavoro del pensiero politico al femminile. Passionale al punto di esser definita la ‘Werther al femminile’, ma anche una ‘iena in gonnella’ e una ‘sgualdrina svergognata’, Mary Wollstonecraft denunciò con forza l’esclusione delle donne dal godimento dei diritti civili e politici. Guardando con vivace entusiasmo prima e crescente disillusione poi agli eventi della Rivoluzione in Francia, si batté sino alla fine in vista di una trasformazione radicale dei costumi. A presentarne l’affascinante profilo intellettuale è Serena Vantin, assegnista d ricerca presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia.

Amelia Podetti, la peronista che ispirò Bergoglio. Video-lezione di Alberto Guasco

Dopo esserci occupati di Christa Wolf e dell’«altra Germania», questa volta restiamo nel Novecento, ma ci spostiamo da un continente all’altro e, per così dire accompagnati da Jorge Mario Bergoglio, approdiamo in Sudamerica. La dodicesima video-lezione è infatti dedicata ad Amelia Podetti (1928- 1979), filosofa cattolica cresciuta nell’Argentina peronista degli anni Quaranta e Cinquanta cui si deve l’elaborazione del concetto di ‘periferia’ più recentemente ripreso da papa Francesco. Sintonizzata politicamente su frequenze assimilabili alla cosiddetta ‘terzera position’, è autrice di un importante volume pubblicato postumo, L’irruzione dell’America nella storia (1981), nel quale sviluppò l’idea secondo cui la missione dell’America latina consisterebbe nel proporre una via peculiare all’universalizzazione, secondo una prospettiva che parte dalle periferie anziché dal centro. A presentarne il profilo intellettuale è Alberto Guasco, docente di storia contemporanea estorico della Chiesa, attualmente ricercatore del Cnr, presso l'Istituto di Storia dell’Europa mediterranea di Milano.

Tra adesione e dissidenza. Christa Wolf e il suo tempo. Video-lezione di Anna Chiarloni

Dopo Rahel Varnhagen, restiamo in Germania, ma facciamo un salto di oltre un secolo. Al tempo stesso ci permettiamo per così dire una piccola libertà e ci occupiamo di una donna che, ancorché difficilmente definibile nei termini di una ‘pensatrice politica’, si è misurata costantemente, e talora perfino drammaticamente, con il mondo della politica. L’undicesima video-lezione è infatti dedicata alla figura per molti aspetti controversa di Christa Wolf (1929-2011), scrittrice e intellettuale di primo piano della ex Repubblica democratica tedesca, cioè di quella che a lungo è stata definita l’«altra Germania». Che non si tratti di una ‘pensatrice politica’ in senso stretto non deve stupire oltre una certa misura, tanto più se si pensa che i recenti orientamenti storiografici tendono sempre più a ‘riscoprire’ il pensiero politico di autori come Giacomo Leopardi, Vittorio Alfieri e Honoré de Balzac. Nel caso specifico di Christa Wolf ci è sembrato che meritasse particolare attenzione non solo quella sorta di mimetismo con cui è tenuto a fare i conti ogni intellettuale costretto a vivere sotto l’occhio vigile della censura di Stato, ma anche la sua riflessione sul processo di riunificazione tedesca e sul venir meno di quello che, con le parole di Stefan Zweig, potrebbe definirsi ormai ‘il mondo di ieri’. A presentarne il complesso profilo è Anna Chiarloni, docente di letteratura tedesca e professore emerito dell’Università di Torino.

Rahel Varnhagen, un'intellettuale ebrea nell'età del Romanticismo. Video-lezione di Marzia Ponso

Dopo Voltairine de Cleyre e Angelica Balabanoff, ci spostiamo nella Germania della prima metà dell’Ottocento, concentrandoci su quella che potrebbe definirsi la ‘Mme de Staël tedesca’. La decima video-lezione è infatti dedicata a Rahel Levin Varnhagen von Ense (1771-1833), intellettuale tedesca di origini ebraiche cui, non del tutto a caso, Hannah Arendt dedicò uno dei primi e più approfonditi studi. Si tratta di una figura la cui importanza, lungi dal ridursi a quella di semplice organizzatrice di influenti circoli salottieri, investe direttamente il rapporto problematico tra integrazione ed emancipazione, rimandando, più in generale, all’insieme di questioni che lo storico George Mosse ha affrontato in un celebre saggio intitolato Il dialogo ebraico-tedesco. Da Goethe a Hitler (1985). A presentarne il profilo è Marzia Ponso, docente di storia contemporanea a Torino.

Il socialismo morale di Angelica Balabanoff. Video-lezione di Francesco Ingravalle

La nona video-lezione è dedicata ad Angelica Balabanoff (1878-1965), socialista di origine russa, ma naturalizzata italiana, che conobbe personalmente i grandi protagonisti della sua epoca, da Mussolini a Lenin, prendendo tuttavia da entrambi le distanze in nome di un ‘socialismo morale’. A presentarne il profilo di controversa pensatrice politica è Francesco Ingravalle, storico delle istituzioni politiche e docente presso l’Università del Piemonte Orientale.

 


«Mi spari pure, signor Senatore». L'anarchica Voltairine de Cleyre. Video-lezione di Valeria Palumbo

L’ottava video-lezione è dedicata a Voltairine de Cleyre (1866-1912), straordinaria figura di anarchica e attivista statunitense, impegnata nella lotta contro la ‘sexual slavery’ delle donne. Accostabile a figure come quelle di Henry David Thoreau e di Emma Goldman, Voltairine de Cleyre fu esponente del cosiddetto ‘anarchismo senza aggettivi’. A presentarne il profilo di pensatrice politica è Valeria Palumbo, giornalista RCS Media Group e storica delle donne.

Olympe de Gouges e i diritti delle donne. Video-lezione di Vinzia Fiorino

La settima video-lezione di Donne e Pensiero Politico (DoPP) è dedicata a Olympe de Gouges (1748-1793), autrice nel 1791 della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, testo in cui fu proclamata per la prima volta l’uguaglianza giuridica, politica e sociale tra uomo e donna. A presentarne il profilo di attivista e di pensatrice politica è Vinzia Fiorino, docente di storia contemporanea presso l’Università di Pisa.

Perché l'intersezionalità conta. Kimberlé Crenshaw. Video-lezione di Monica Quirico

La sesta video-lezione di Donne e Pensiero Politico (DoPP) è dedicata a Kimberlé Crenshaw, la giurista e attivista statunitense cui si deve l’introduzione del concetto di intersezionalità. A incaricarsi della ricostruzione del suo profilo intellettuale, concentrandosi soprattutto su una prima messa a fuoco del concetto di intersezionalità, è Monica Quirico, studiosa di storia del pensiero politico dell’Università di Torino.

Anna Maria Mozzoni: teoria e pratica dei diritti civili e politici. Video-lezione di Fiorenza Taricone

La quinta video-lezione di Donne e Pensiero Politico (DoPP) è dedicata ad Anna Maria Mozzoni (1837-1920), scrittrice, giornalista, conferenziera e traduttrice in italiano di The Subjection of Women di John Stuart Mill (1870), ma soprattutto pioniera del movimento di emancipazione femminile in Italia, la cui fama di attivista ha tuttavia largamente oscurato il contributo sul piano teorico. A incaricarsi della ricostruzione del suo itinerario biografico-intellettuale, che incontra prima il repubblicanesimo mazziniano poi il socialismo riformista, è Fiorenza Taricone, allieva di Ginevra Conti Odorisio e attualmente docente di storia del pensiero politico presso l’Università di Cassino.

Liberale, cristiana, femminista. Il caso di Deirdre McCloskey. Video-lezione di Alessandra Maglie

La quarta video-lezione di Donne e Pensiero Politico (DoPP) è dedicata a allo «strano caso» di Deirdre McCloskey (1942-), autrice di importanti studi sulla storia del capitalismo. Ne tratteggia il profilo intellettuale di studiosa «liberale», «cristiana» e «femminista» Alessandra Maglie: nella ricostruzione della vicenda plurisecolare del fenomeno capitalistico, adottando la prospettiva tipica di una «postmodern freemarket feminist», la studiosa nordamericana propone un paradigma alternativo a quello androcentrico del pensiero economico mainstream.

 


Flora Tristan, una socialista nell'età romantica. Video-lezione di Cristina Cassina

La terza video-lezione di Donne e Pensiero Politico (DoPP) è dedicata a una figura interessante e, per certi aspetti, addirittura «intrigante», Flora Tristan (1803-1844), il cui nome compare tuttavia raramente nelle grandi ricostruzioni della storia del pensiero politico. Scrittrice, pensatrice, rivoluzionaria e socialista della prima metà dell’Ottocento, Flora Tristan si impegnò attivamente in favore dei diritti delle donne. Mettendo in risalto la stretta saldatura tra vicende biografiche e riflessione teorica, Cristina Cassina, docente di storia del pensiero politico presso l’Università di Pisa, ne ricostruisce il profilo intellettuale facendo leva su tre parole-chiave: «paria», che richiama la condizione di emarginazione e di «oppressione legale» cui sono costrette le donne del suo tempo; «viaggio», che rimanda sia alle sue diverse peregrinazioni, sia al nesso fecondo con il pensiero politico (cfr. Alexis de Tocqueville); «umanitarismo» che allude alla presenza di Flora Tristan nel movimento umanitario, una delle tante anime del socialismo di primo Ottocento.

Dorothy Day, l'anarchica di Dio. Video-lezione di Alberto Guasco

La seconda video-lezione di Donne e Pensiero Politico è dedicata a una figura refrattaria a ogni più semplice arruolamento di tipo ideologico, Dorothy Day. Una cripto-comunista per J. Edgar Hoover, una sorella ad honorem delle Missionarie della Carità per Madre Teresa di Calcutta, Dorothy Day è soprattutto una figura emblematica del cattolicesimo progressista statunitense, attivamente impegnata nella battaglia a sostegno del pacifismo e dei diritti civili. A incaricarsi della ricostruzione della complessa traiettoria biografico-intellettuale di questa «anarchica di Dio» è Alberto Guasco, docente di storia contemporanea e storico della Chiesa, attualmente ricercatore del Cnr, presso l'Istituto di Storia dell'Europa mediterranea di Milano.

Mostrare chi siamo: libertà e politica in Hannah Arendt. Video-lezione di Rita Corsi

Il ciclo di video-lezioni con cui Donne e Pensiero Politico inaugura la propria attività prende avvio con un breve ma denso approfondimento dedicato alla politologa, filosofa e storica tedesca, ma naturalizzata statunitense, Hannah Arendt (1906-1975). L’autrice della video-lezione, Rita Corsi, ne ripercorre sinteticamente la biografia intellettuale, da Berlino e Königsberg sino a Parigi e a New York, passando in rassegna i temi principali al centro di opere quali Le origini del totalitarismo (1951), Vita activa. La condizione umana (1958) e Che cos’è la politica (1993). Laureata in filosofia politica e attualmente docente di italiano e storia nelle scuole superiori, Rita Corsi si è occupata a lungo di politica e pensiero delle donne.

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